oggi in ospedale abbiamo conosciuto un ragazzo di nome Gianmarco che avendo un padre di origine Eritrea ci ha parlato di alcuni aspetti tipici di questo paese:
musica, cibo, costumi.
Gianmarco era molto entusiasto di raccontare un tipo di cibo che si chiama "zichinì": è un sugo fatto di carne, pomodoro , molto peperoncino, che si mette sopra ad un foglio di pasta spessa; essendo molto piccante ci si beve insieme uno sciroppo dolce.
Potrete trovare un esempio di ricetta dello Zichinì (che si può scrivere anche con la "g", quindi Zighinì) cliccando qua>>
Abbiamo anche trovato un brano letterario che parla di questo piatto.
Andate a leggerlo con questo link>>
lunedì 14 gennaio 2008
Bacco nelle Gnostre
Ogni anno ritorna la danza gioiosa del vino: profumi, sapori e colori della Puglia, e della Murgia dei trulli e delle grotte.
Come da tradizione, nel centro storico del paese di Noci, si svolge la sagra "Bacco nelle gnostre: vino novello e caldarroste in sagra"; le strade di Noci le caratteristiche "Gnostre", sono piene di turisti, ornate di luci e magnifici colori che ravvivano ulteriormente la vita del centro urbano pugliese.
Inebriati dal sapore dolciastro del nuovo vino ed accompagnati dai sapori dei caldi piatti delle tavole, i partecipanti a questa festa si abbandonano ad un percorso tortuoso che esplora, andando per gnostre, i ricordi del passato.
Sensazioni che ripercorrono la cultura del vino, dalle viti agli uomini, nella gioia della festa popolare.
Cantastorie, giocolieri, musicisti, gruppi folk, animano la serata in compagnia del "pane caldo" dei poveri: le caldarroste.
I colori e soprattutto i profumi dell' autunno, che non ha esitato a bussare alle porte, dipingeranno di festa il paese, regalando agli ospiti, sempre più numerosi, il caloroso abbraccio di una terra di tradizioni antiche e di sapori forti .
Come da tradizione, nel centro storico del paese di Noci, si svolge la sagra "Bacco nelle gnostre: vino novello e caldarroste in sagra"; le strade di Noci le caratteristiche "Gnostre", sono piene di turisti, ornate di luci e magnifici colori che ravvivano ulteriormente la vita del centro urbano pugliese.
Inebriati dal sapore dolciastro del nuovo vino ed accompagnati dai sapori dei caldi piatti delle tavole, i partecipanti a questa festa si abbandonano ad un percorso tortuoso che esplora, andando per gnostre, i ricordi del passato.
Sensazioni che ripercorrono la cultura del vino, dalle viti agli uomini, nella gioia della festa popolare.
Cantastorie, giocolieri, musicisti, gruppi folk, animano la serata in compagnia del "pane caldo" dei poveri: le caldarroste.
I colori e soprattutto i profumi dell' autunno, che non ha esitato a bussare alle porte, dipingeranno di festa il paese, regalando agli ospiti, sempre più numerosi, il caloroso abbraccio di una terra di tradizioni antiche e di sapori forti .
venerdì 11 gennaio 2008
Le Gnostre di Noci (Bari)
Le gnostre sono piccoli spazi che si aprono nel centro antico di Noci,in provincia di Bari, tra le viuzze che lo caratterizzano. La loro peculiarità è la presenza di tre lati chiusi e di un solo lato aperto verso la strada principale. Sono dei vicoli chiusi che sfruttano l'interspazio tra le abitazioni circostanti per determinare un'area che è al tempo stesso semi-pubblica e semi-privata.
In esse, durante le calde serate d'estate, gli abitanti del Centro Storico usavano (e ancora usano) sedersi e chiacchierare. Oggi costituiscono lo scenario privilegiato per le numerose manifestazioni enogastronomiche che caratterizzano la cittadina.
Nelle Gnostre si celebrano varie sagre popolari alcune tipiche del paese di Noci.
In esse, durante le calde serate d'estate, gli abitanti del Centro Storico usavano (e ancora usano) sedersi e chiacchierare. Oggi costituiscono lo scenario privilegiato per le numerose manifestazioni enogastronomiche che caratterizzano la cittadina.
Nelle Gnostre si celebrano varie sagre popolari alcune tipiche del paese di Noci.
lunedì 3 dicembre 2007
La Festa de Noantri
E’ la festa dell’estate e degli abitanti di Trastevere, uno dei più bei quartieri di Roma.
La festa è de’ noantri in opposizione a “…voantri che abitate in altri quartieri…”
Le origini della festa sono avvolte dalla leggenda: si racconta, infatti, che attorno al 1535, dopo una furiosa tempesta, nei pressi della foce del Tevere, fu rinvenuta da alcuni pescatori una statua della Vergine Maria, scolpita in legno di cedro.
La “Madonna fiumarola” fu donata ai carmelitani (da qui il nome Madonna del Carmine) della chiesa di San Crisogono a Trastevere.
Divenuta così la madonna protettrice dei trasteverini la statua fu sistemata in un oratorio.
Da qui, ogni anno, il primo sabato dopo il 16 luglio, la statua della Vergine, ricoperta di gioielli e abiti preziosi,veniva portata in processione per le strade del rione fino alla chiesa di San Crisogono, dove rimaneva per otto giorni (l’ottavario dell’adorazione) per tornare poi nella chiesa di Sant’Agata.
Per un lungo periodo dei baldi giovanotti detti anche “cicoriari”, perché raccoglitori di cicoria a Campoli, un paese nei pressi di Frosinone, nelle due processioni portavano a spalla la pesante macchina sulla quale era sistemata la statua.
In seguito fu istituita una speciale confraternita detta “dei portatori” che ogni anno si contendevano il privilegio di portare la Madonna, versando per questo ingenti somme di denaro. Le centinaia di persone che seguivano la processione si riversavano poi nelle strade, dove erano sistemati dei tavolini, per mangiare e bere vino.
Numerosi erano anche i venditori di cocomeri , grattachecche e fusaje, o lupini che dir si voglia. Nel tempo la festa si è trasformata ed accanto agli eventi religiosi si alternano oggi spettacoli, iniziative culturali e passeggiate tra banchetti di dolciumi, giocattoli, artigianato e piccole curiosità. Uno spettacolo pirotecnico conclude i festeggiamenti.
La festa è de’ noantri in opposizione a “…voantri che abitate in altri quartieri…”
Le origini della festa sono avvolte dalla leggenda: si racconta, infatti, che attorno al 1535, dopo una furiosa tempesta, nei pressi della foce del Tevere, fu rinvenuta da alcuni pescatori una statua della Vergine Maria, scolpita in legno di cedro.
La “Madonna fiumarola” fu donata ai carmelitani (da qui il nome Madonna del Carmine) della chiesa di San Crisogono a Trastevere.
Divenuta così la madonna protettrice dei trasteverini la statua fu sistemata in un oratorio.
Da qui, ogni anno, il primo sabato dopo il 16 luglio, la statua della Vergine, ricoperta di gioielli e abiti preziosi,veniva portata in processione per le strade del rione fino alla chiesa di San Crisogono, dove rimaneva per otto giorni (l’ottavario dell’adorazione) per tornare poi nella chiesa di Sant’Agata.
Per un lungo periodo dei baldi giovanotti detti anche “cicoriari”, perché raccoglitori di cicoria a Campoli, un paese nei pressi di Frosinone, nelle due processioni portavano a spalla la pesante macchina sulla quale era sistemata la statua.
In seguito fu istituita una speciale confraternita detta “dei portatori” che ogni anno si contendevano il privilegio di portare la Madonna, versando per questo ingenti somme di denaro. Le centinaia di persone che seguivano la processione si riversavano poi nelle strade, dove erano sistemati dei tavolini, per mangiare e bere vino.
Numerosi erano anche i venditori di cocomeri , grattachecche e fusaje, o lupini che dir si voglia. Nel tempo la festa si è trasformata ed accanto agli eventi religiosi si alternano oggi spettacoli, iniziative culturali e passeggiate tra banchetti di dolciumi, giocattoli, artigianato e piccole curiosità. Uno spettacolo pirotecnico conclude i festeggiamenti.
lunedì 26 novembre 2007
Folklore a Castrovillari
un'alunna che è ricoverata presso l'ospedale ci ha raccontato delle manifestazioni che si svolgono nella sua città: CASTROVILLARI in provincia di Cosenza.
la manifestazione più importante è il Carnevale di Castrovillari che nel 2008 festeggerà il 50° anniversario.
durante questa settimana (31 gennaio -6 febbraio) sfileranno i carri e i gruppi mascherati, coordinati dalla pro-loco. Molto suggestiva è l'incoronazione di Re Carnevale.
Si mangiano le chiacchere, e si cantano le canzoni popolari
A questa manifestazione partecipano anche dei gruppi folcloristici di musica folk.
Ad agosto sempre a Castrovillari c'è una grande manifestazione annuale di gruppi folcloristici provenienti da ogni parte del mondo.
Uno sguardo anche alla cucina:
PIATTI TIPICI:
maccaroni a ferretto ( con sugo)
lagane e ceci ( pasta fatta in casa con legumi)
vecchiaredde ( palline di pasta di pane cresciuta fritte)
ciotareddde o dolce della sposa ( pasta a forma di rombo con vino cotto)
Abbiamo trovato anche delle documentazioni audio/video su questa manifestazione
le potete vedere qua di seguito>>
la manifestazione più importante è il Carnevale di Castrovillari che nel 2008 festeggerà il 50° anniversario.
durante questa settimana (31 gennaio -6 febbraio) sfileranno i carri e i gruppi mascherati, coordinati dalla pro-loco. Molto suggestiva è l'incoronazione di Re Carnevale.
Si mangiano le chiacchere, e si cantano le canzoni popolari
A questa manifestazione partecipano anche dei gruppi folcloristici di musica folk.
Ad agosto sempre a Castrovillari c'è una grande manifestazione annuale di gruppi folcloristici provenienti da ogni parte del mondo.
Uno sguardo anche alla cucina:
PIATTI TIPICI:
maccaroni a ferretto ( con sugo)
lagane e ceci ( pasta fatta in casa con legumi)
vecchiaredde ( palline di pasta di pane cresciuta fritte)
ciotareddde o dolce della sposa ( pasta a forma di rombo con vino cotto)
Abbiamo trovato anche delle documentazioni audio/video su questa manifestazione
le potete vedere qua di seguito>>
mercoledì 21 novembre 2007
piccola storia della camicia
Storia della camicia
La camicia è uno degli indumenti più antichi che ha subito più variazioni nel corso dei secoli restando, però, sostanzialmente, sempre uguale nell’impostazione di fondo. E’ per questo che è sempre stata, e presumibilmente continuerà ad esserlo, il capo più importante nel guardaroba maschile.
Sono almeno dodici secoli che la camicia accompagna l’uomo nella sua giornata, assumendo nel tempo diversi ruoli e differenti significati: segno di eleganza, simbolo di nobiltà o appartenenza ad uno schieramento politico, dono galante o diplomatico. Insomma, l’uso quotidiano della camicia l’ha resa elemento indispensabile del "vestire civile".
La sua importanza si può desumere anche dai tanti modi di dire, più o meno salaci, giunti a noi sin dal Duecento, di cui la camicia è protagonista. "Nato con la camicia" che sta ad indicare un uomo estremamente fortunato, oppure "rimasto in camicia" come ultimo bene del povero prima della rovina completa o, ancora, l’espressione del gergo popolare "sono culo e camicia" che sta a significare un’amicizia stretta ed intrigante fra due persone. Infine "sudare sette camicie" che esprime la fatica per ottenere un qualsivoglia risultato, è un’espressione che, documentata nelle cronache del Trecento forse deriva dal conteggiare alla servitù, insieme al salario di pochi soldi, una o due camicie di tela grezza.
E così, da antiche cronache, risulta essere la camicia "dono d’amore"; le fanciulle le ricamavano e poi le donavano allo sposo come dono di nozze.
Nel periodo rinascimentale invalse l’uso tra i cavalieri che partecipavano ai tornei di indossare sulla corazza una camicia donata dalla propria dama. Al termine veniva restituita quale messaggio d’amore se indossata dal vincitore, quale messaggio di morte, se macchiata del sangue dello sconfitto.
Narrano ancora cronache medioevali che i Genovesi donassero ai mercanti orientali, in visita alla Repubblica, camicie di lino finissimo ed altre in "tela d’Olanda" da portare al Khan di Tartaria. La camicia, così, diviene strumento diplomatico e nello stesso tempo oggetto di piacere. Ma, purtroppo, in alcuni casi dolorosi, diviene strumento di sofferenza, come nel XVI secolo, durante la caccia alle streghe, in cui fu in voga la "camicia ardente", che, intrisa di zolfo, veniva fatta indossare ai condannati al rogo, fino a giungere a tempi non troppo remoti con la ben nota "camicia di forza".
E per rimarcare ancor di più la sua particolare importanza, la camicia è stata usata dagli uomini per sottolineare le differenze di classe. Tra il XVI ed il XVII secolo segni di questa distinzione sono il giustacuore senza bottoni, la veste slacciata, la scollatura a V ed ancora i candidi polsini che distinguevano il signore dal lavoratore in quanto chi li indossava non aveva certo modo di sporcarsi le mani.
La camicia, poi, negli ultimi centocinquanta anni ha assunto anche un significato politico a seconda del colore che più si allontanava dal bianco. Basta ricordare le gloriose "camicie rosse" dei garibaldini, quelle azzurre dei nazionalisti italiani e dei Franchisti spagnoli; quelle nere mussoliniane e quelle brune naziste, di cattiva memoria. Altresì non possiamo dimenticare il movimento dei "descamisados" sudamericani che si vollero chiamare così per sottolineare la loro disperata mancanza di tutto e la Guayabera di Cuba, divenuta un vessillo della nomenklatura politica.
E per finire, nemmeno la gastronomia ha potuto sottrarsi al fascino di questo indumento: nasce così l’"uovo in camicia", un raffinato modo per cuocere le uova. Candido e lucente, l’albume avvolge il tuorlo come una camicia e, come sempre, il bello sta nell’aprire questo involucro.
LI ALBORI DELLA CAMICIA
Anche la camicia ha avuto un’antenata: è la tunica romana (tunica interior) di lino, nel suo colore naturale, provvista di maniche, che appare in Roma nei primi anni del III secolo d.C. Si tratta di un indumento ampio, fermato da una cintura e che si indossa direttamente sulla pelle infilandolo dalla testa.
Le lunghe migrazioni dal Nord al Sud che contraddistinguono l’Alto Medioevo, le guerre, le invasioni, determinarono sicuramente il successo della "interula" romana, la camicia. Sembra infatti che i barbari arrivati con le loro scorrerie nei territori romani, stanchi e sporchi, oltre al piacere delle terme apprezzassero quello di indossare la tunica interior.
A definire le sue caratteristiche stilistiche, poco ci aiutano le fonti iconografiche dell’epoca, perché scarsissime. Più esaurienti si presentano le fonti scritte. Dal Codice Barese, ad esempio, è possibile rilevare la presenza della camicia nella vita quotidiana delle diverse classi sociali.
Essenzialmente l’interula maschile era un indumento lungo sino a metà coscia con maniche larghe, tagliate in un solo pezzo, che arrivavano sino ai polsi. Il tessuto usato è di solito una tela di lino, dal più pesante al glizzum sottilissimo fino alla trasparenza, da cui deriva il nome "glizzinae" che sta ad indicare, appunto, le camicie che furono indossate anche da Carlo Magno e dai cavalieri della sua corte.
La camicia è uno degli indumenti più antichi che ha subito più variazioni nel corso dei secoli restando, però, sostanzialmente, sempre uguale nell’impostazione di fondo. E’ per questo che è sempre stata, e presumibilmente continuerà ad esserlo, il capo più importante nel guardaroba maschile.
Sono almeno dodici secoli che la camicia accompagna l’uomo nella sua giornata, assumendo nel tempo diversi ruoli e differenti significati: segno di eleganza, simbolo di nobiltà o appartenenza ad uno schieramento politico, dono galante o diplomatico. Insomma, l’uso quotidiano della camicia l’ha resa elemento indispensabile del "vestire civile".
La sua importanza si può desumere anche dai tanti modi di dire, più o meno salaci, giunti a noi sin dal Duecento, di cui la camicia è protagonista. "Nato con la camicia" che sta ad indicare un uomo estremamente fortunato, oppure "rimasto in camicia" come ultimo bene del povero prima della rovina completa o, ancora, l’espressione del gergo popolare "sono culo e camicia" che sta a significare un’amicizia stretta ed intrigante fra due persone. Infine "sudare sette camicie" che esprime la fatica per ottenere un qualsivoglia risultato, è un’espressione che, documentata nelle cronache del Trecento forse deriva dal conteggiare alla servitù, insieme al salario di pochi soldi, una o due camicie di tela grezza.
E così, da antiche cronache, risulta essere la camicia "dono d’amore"; le fanciulle le ricamavano e poi le donavano allo sposo come dono di nozze.
Nel periodo rinascimentale invalse l’uso tra i cavalieri che partecipavano ai tornei di indossare sulla corazza una camicia donata dalla propria dama. Al termine veniva restituita quale messaggio d’amore se indossata dal vincitore, quale messaggio di morte, se macchiata del sangue dello sconfitto.
Narrano ancora cronache medioevali che i Genovesi donassero ai mercanti orientali, in visita alla Repubblica, camicie di lino finissimo ed altre in "tela d’Olanda" da portare al Khan di Tartaria. La camicia, così, diviene strumento diplomatico e nello stesso tempo oggetto di piacere. Ma, purtroppo, in alcuni casi dolorosi, diviene strumento di sofferenza, come nel XVI secolo, durante la caccia alle streghe, in cui fu in voga la "camicia ardente", che, intrisa di zolfo, veniva fatta indossare ai condannati al rogo, fino a giungere a tempi non troppo remoti con la ben nota "camicia di forza".
E per rimarcare ancor di più la sua particolare importanza, la camicia è stata usata dagli uomini per sottolineare le differenze di classe. Tra il XVI ed il XVII secolo segni di questa distinzione sono il giustacuore senza bottoni, la veste slacciata, la scollatura a V ed ancora i candidi polsini che distinguevano il signore dal lavoratore in quanto chi li indossava non aveva certo modo di sporcarsi le mani.
La camicia, poi, negli ultimi centocinquanta anni ha assunto anche un significato politico a seconda del colore che più si allontanava dal bianco. Basta ricordare le gloriose "camicie rosse" dei garibaldini, quelle azzurre dei nazionalisti italiani e dei Franchisti spagnoli; quelle nere mussoliniane e quelle brune naziste, di cattiva memoria. Altresì non possiamo dimenticare il movimento dei "descamisados" sudamericani che si vollero chiamare così per sottolineare la loro disperata mancanza di tutto e la Guayabera di Cuba, divenuta un vessillo della nomenklatura politica.
E per finire, nemmeno la gastronomia ha potuto sottrarsi al fascino di questo indumento: nasce così l’"uovo in camicia", un raffinato modo per cuocere le uova. Candido e lucente, l’albume avvolge il tuorlo come una camicia e, come sempre, il bello sta nell’aprire questo involucro.
LI ALBORI DELLA CAMICIA
Anche la camicia ha avuto un’antenata: è la tunica romana (tunica interior) di lino, nel suo colore naturale, provvista di maniche, che appare in Roma nei primi anni del III secolo d.C. Si tratta di un indumento ampio, fermato da una cintura e che si indossa direttamente sulla pelle infilandolo dalla testa.
Le lunghe migrazioni dal Nord al Sud che contraddistinguono l’Alto Medioevo, le guerre, le invasioni, determinarono sicuramente il successo della "interula" romana, la camicia. Sembra infatti che i barbari arrivati con le loro scorrerie nei territori romani, stanchi e sporchi, oltre al piacere delle terme apprezzassero quello di indossare la tunica interior.
A definire le sue caratteristiche stilistiche, poco ci aiutano le fonti iconografiche dell’epoca, perché scarsissime. Più esaurienti si presentano le fonti scritte. Dal Codice Barese, ad esempio, è possibile rilevare la presenza della camicia nella vita quotidiana delle diverse classi sociali.
Essenzialmente l’interula maschile era un indumento lungo sino a metà coscia con maniche larghe, tagliate in un solo pezzo, che arrivavano sino ai polsi. Il tessuto usato è di solito una tela di lino, dal più pesante al glizzum sottilissimo fino alla trasparenza, da cui deriva il nome "glizzinae" che sta ad indicare, appunto, le camicie che furono indossate anche da Carlo Magno e dai cavalieri della sua corte.
Storia del Costume
Nell'ambito del progetto FOLK AND CO. tenderemo a dare spazio anche alla storia del costume intesa come modi di vivere, moda, società, in relazione allo stato sociale, per poi riallacciarci direttamente alle tradizioni.
STORIA DEL COSTUME:
CURIOSITA’ : PICCOLA STORIA DELLE “ MUTANDE”
Il sesso maschile, appena iniziò a coprirsi per ripararsi dal freddo, inventò sin dai primordi della civiltà sorte di “pannoloni” via via sempre più lunghi, che diedero poi origine a pantaloni prima e mutandoni poi, quello femminile per molto tempo non fece uso della biancheria intima.Il perché è dovuto alla moda dei lunghi vestiti femminili; se erano strettissimi e a tubo, nessun colpo di vento avrebbe potuto giocare brutti scherzi; se erano dotati di larghissime gonne, le tonnellate di sottovesti e crinoline che le sorreggevano erano ugualmente una buona difesa.Le mutande, per molto tempo, sono state dei calzoncini di tela, cotone o seta che le gentildonne non dovevano mai mostrare in pubblico e che venivano nascoste sotto le gonne. Erano due cannoni di stoffa fermati alle caviglie da un volant più o meno elaborato. Agli inizi dell’ottocento i mutandoni divennero più raffinati, arricchendosi di pizzi e ricami.Ma il loro uso, anziché essere apprezzato nell’Europa e soprattutto nell’Inghilterra vittoriana, scatenò scandalizzate proteste. I medici dicevano che la stoffa avrebbe impedito il regolare passaggio d’aria nelle zone nascoste, favorendo malattie e conseguenti disturbi alla procreazione; i benpensanti contestavano il fatto che le donne osassero indossare indumenti fino ad allora riservati ai maschi; i moralisti facevano notare che, con quegli indumenti addosso, le donne avrebbero avuto più libertà di movimento, perdendo compostezza e modestia; i bigotti sottolineavano che le ballerine e le meretrici d’alto bordo erano state le prime a utilizzare con entusiasmo gli indumenti intimi.Ma in seguito, con l’evoluzione del costume e con il fatto che sempre più donne praticavano sport e amavano ballare balli in voga come il valzer e la polka, gran parte delle signore dell’alta società cominciarono a infischiarsene del giudizio maschile e ad indossare disinvolte i mutandoni, che venivano sempre più abbelliti nell’aspetto con merletti vezzosi. Le mutande, dunque, come un simbolo della emancipazione femminile e della evoluzione dei costumi.Poco per volta, i mutandoni si accorciarono: prima a metà polpaccio, poi sotto al ginocchio, poi a metà coscia. Però il loro utilizzo quotidiano rimase, sino ai primi decenni del Novecento, una prerogativa di nobili e borghesi, mentre popolane e contadine continuavano a considerarle un optional, un lusso senza senso. Poi finalmente, tutte si convertirono. Oggi le “mutandine” hanno vari tagli e varie forme: dalle culotte (che coprono tutti i fianchi e che sono spesso di tessuti pregiati come la seta), agli slip che sono caratterizzati da una mutandina stretta ai fianchi che taglia trasversalmente la coscia, al perizoma che è uno slip sgambatissimo la cui parte posteriore è ridotta ad una sottilissima striscia di tessuto.
STORIA DEL COSTUME:
CURIOSITA’ : PICCOLA STORIA DELLE “ MUTANDE”
Il sesso maschile, appena iniziò a coprirsi per ripararsi dal freddo, inventò sin dai primordi della civiltà sorte di “pannoloni” via via sempre più lunghi, che diedero poi origine a pantaloni prima e mutandoni poi, quello femminile per molto tempo non fece uso della biancheria intima.Il perché è dovuto alla moda dei lunghi vestiti femminili; se erano strettissimi e a tubo, nessun colpo di vento avrebbe potuto giocare brutti scherzi; se erano dotati di larghissime gonne, le tonnellate di sottovesti e crinoline che le sorreggevano erano ugualmente una buona difesa.Le mutande, per molto tempo, sono state dei calzoncini di tela, cotone o seta che le gentildonne non dovevano mai mostrare in pubblico e che venivano nascoste sotto le gonne. Erano due cannoni di stoffa fermati alle caviglie da un volant più o meno elaborato. Agli inizi dell’ottocento i mutandoni divennero più raffinati, arricchendosi di pizzi e ricami.Ma il loro uso, anziché essere apprezzato nell’Europa e soprattutto nell’Inghilterra vittoriana, scatenò scandalizzate proteste. I medici dicevano che la stoffa avrebbe impedito il regolare passaggio d’aria nelle zone nascoste, favorendo malattie e conseguenti disturbi alla procreazione; i benpensanti contestavano il fatto che le donne osassero indossare indumenti fino ad allora riservati ai maschi; i moralisti facevano notare che, con quegli indumenti addosso, le donne avrebbero avuto più libertà di movimento, perdendo compostezza e modestia; i bigotti sottolineavano che le ballerine e le meretrici d’alto bordo erano state le prime a utilizzare con entusiasmo gli indumenti intimi.Ma in seguito, con l’evoluzione del costume e con il fatto che sempre più donne praticavano sport e amavano ballare balli in voga come il valzer e la polka, gran parte delle signore dell’alta società cominciarono a infischiarsene del giudizio maschile e ad indossare disinvolte i mutandoni, che venivano sempre più abbelliti nell’aspetto con merletti vezzosi. Le mutande, dunque, come un simbolo della emancipazione femminile e della evoluzione dei costumi.Poco per volta, i mutandoni si accorciarono: prima a metà polpaccio, poi sotto al ginocchio, poi a metà coscia. Però il loro utilizzo quotidiano rimase, sino ai primi decenni del Novecento, una prerogativa di nobili e borghesi, mentre popolane e contadine continuavano a considerarle un optional, un lusso senza senso. Poi finalmente, tutte si convertirono. Oggi le “mutandine” hanno vari tagli e varie forme: dalle culotte (che coprono tutti i fianchi e che sono spesso di tessuti pregiati come la seta), agli slip che sono caratterizzati da una mutandina stretta ai fianchi che taglia trasversalmente la coscia, al perizoma che è uno slip sgambatissimo la cui parte posteriore è ridotta ad una sottilissima striscia di tessuto.
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